domenica 19 settembre 2010

Porter - Donde Los Ponys Pastan


















Album: Donde Los Ponys Pastan
Band: Porter
Anno: 2004
Genere: Indie Pop

Tracklist:

01. Espiral
02. Girl
03. Interlude Complicado
04. No Te Encuentro
05. Daphne
06. Bipolar
07. Interlude Dos Viene

Review:

Il Messico, diciamocelo francamente, è una realtà musicale sconosciutissima alla stragrande maggioranza del pubblico musicale degli USA e del vecchio continente. I motivi di tale snobbismo nei confronti del paese del tricolore sono da ricercare sia nello scarso interesse degli ascoltatori europei nella musica proveniente dal sud del globo, sia nell'industria musicale messicana, che volge i suoi occhi esclusivamente a sud, esportando musica all'intera America Latina. Tuttavia snobismo non equivale necessariamente ad una totale irrilevanza artistica ed oggi vi propongo un viaggio dello stato messicano di Jalisco: la regione della tequila e di cinque ragazzi che, con un occhio all'Islanda e uno alla loro terra, dalla grande città di Guadalajara, hanno conquistato l'intero Sudamerica, diventando in assoluto una delle band messicane più conosciute e apprezzate nel mondo: questa "banda" sono i Porter.
Capitanati da una personalità forte, carismatica, eccentrica ed estroversa come quella del cantante Juan Carlos "Son" Pereda, che per la sua stravaganza può essere considerato un Cedric Bixler Zavala variopinto e "Pop", i Porter riescono ad esportare con successo il Dream Pop triste e glaciale dei Sigur Ròs nel caldo torrido dell'America centrale.
Come prevedibile, un così drastico cambiamento delle condizioni ambientali procura delle conseguenze dirette ed inevitabili alla musica, che quà appare sempre sognante, tuttavia con una maggiore presenza di speranza e solarità ed una minore malinconia. La musica dei Porter, nel loro Ep d'esordio, è in definitiva un Dream Pop spogliato della tristezza tipica dei suoi maggiori esponenti, con forti aggiunte di Elettronica e Psichedelica e sessioni ritmiche a tratti vagamente reminescenti di certo Punk. Le chitarre, con un forte uso di effetti, tra i quali spicca il presentissimo delay, fanno da sottofondo ad un atmosferico tappeto di tastiere, salvo poi spiccare,nel momento giusto, sopra a tutti gli strumenti.
Uno dei punti di forza di questo Donde Los Ponys Pastan (che tradotto sarebbe: "Dove Mangiano I Pony") è senza dubbio la voce del già citato Juan Son: acuta, alta, dolce ed emotiva, a metà strada tra i vocalizzi atmosferici di Jonsi, il timbro di Yoni Wolf e gli acuto del Cedric Bixler Zavala versione primi-Mars Volta. Tre tracce su cinque (se escludiamo i due Interlude) contengono testi in spagnolo, mentre le restanti due in inglese.
Il sipario si apre con Espiral: il singolo, e senza dubbio uno dei brani cardine del disco, con le sue atmosfere rilassate ma allo stesso tempo solari, si rivela una perla di intensità emotiva. Gli archi introducono una dolce chitarra con un forte delay, che ci introduce alla parte centrale del brano, per poi cambiare del tutto ritmo ed esplodere in un finale upbeat frenetico di chitarre e batteria Punk-eggiante capace di strappare più di un sorriso all'ascoltatore ("creo que ahora si me estoy volviendo loco"). Dopo l'opening track viene Girl: il primo dei due brani in inglese, che con un ossessivo intreccio di chitarre e basso si rivela uno dei pezzi più sognanti e ipnotici dell'Ep. L'Interlude apre la strada a quella che è la vera perla di Donde Los Ponys Pastan: No Te Encuentro. In questo caso più che una canzone si può tranquillamente parlare di una droga acustica, che con la sua ossessività e il suo piglio penetra del cervello dell'ascoltatore impadronendosene. Senza dubbio ci troviamo davanti al pezzo più malinconico del disco: l'apertura è affidata ad un sintetizzatore fluido e ad una batteria elettronica che improvvisamente si fermano introducendo un accenno del melodico e dolce ritornello, per poi reimpadronirsi della strofa e riesplodere con tutta la loro malinconia della parte centrale del pezzo, per poi lasciare la conclusione ad una lenta e melodica chitarra; un vero gioiello! Daphne è il secondo brano in inglese (non del tutto) ed è una vera e propria immersione in territori liquidi e soleggianti. Bipolar la terza perla del disco: un piano apre la strada a le voci più eteree, Sigur Ròs-iane e corali dell'album, per poi lasciare spazio a delle chitarre e al ritornello, il quale preme sul pedale della drammaticità, con degli acuti di pura reminescenza Mars Volt-iana. In definitiva un brano riuscitissimo.
Donde Los Ponys Pastan è un lavoro che ha trovato enorme successo in Messico e, più in generale, in America Latina, ma che viene incredibilmente sottovalutato dal pubblico europeo e americano. Fatevi un favore: concedetegli un ascolto e lasciatevi trasportare nelle affollate strade di Guadalajara. Disco bellissimo! Venti minuti di buona musica che non può non meritare la vostra attenzione.

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Bipolar

sabato 26 giugno 2010

The Gaslight Anthem - Sink Or Swim














Album: Sink Or Swim
Band: The Gaslight Anthem
Anno: 2007
Genere: Punk Rock/Pop-Punk

Tracklist:

01. Boomboxes And Dictionaries
02. I Coulda Been A Contender
03. Wooderson
04. We Came To Dance
05. 1930
06. The Navesink Banks
07. Red In The Morning
08. I'da Called You Woody Joe
09. Angry Johnny And The Radio
10. Drive
11. We're Getting A Divorce, You Keep The Diner
12. Red In The Night

Recensione:

La lunga highway si snoda lungo l'arido deserto del Nevada. In macchina c'è tutto lo stretto indispensabile per un viaggio simile: una bottiglia di Jack Daniels, On The Road di Jack Kerouac abbandonato sul cruscotto, Born To Run di Springsteen, Highway 61 Revisited di Dylan, una ragazza che con il suo sguardo pieno di speranza porta consolazione in questa evasione dalla realtà, e un bagaglio stracolmo dei più bei ricordi della giovinezza.
Una fuga lungo l'interminabile "notte americana", come era solito chiamarla il grande scrittore della Beat Generation, è forse la frase migliore per descrivere la musica e le atmosfere del disco d'esordio dei Gaslight Anthem.
Parliamoci chiari: questa è musica americana del ventunesimo secolo nella sua forma più pura, che riesce ad amalgamare perfettamente una vibe grintosa e di chiaro stampo Punk con la tradizione del cantautorato e della letteratura americana, senza disdegnare un pizzico di quel machismo tipiciamente made in U.S. che fortunatamente non risulta nè eccessivo, nè pesante.
Su tutta l'opera regna incombente lo spettro di quello che è l'eroe, nonchè idolo della band di New Brunswick (soprattutto del frontman Brian Fallon): cioè Bruce Springsteen, ispirazione suprema non nascosta dalla band, che anzi, in molti brani dell'album inserisce allusioni a dei pezzi del Boss.
Anche il particolarmente ispirato songwriting di Brian Fallon risente fortemente dell'influenza del cantautorato americano, in particolare del già citato songwriter del Jersey: le sue storie sono storie di evasione, di derelitti, emarginati e gente che ha perso speranza nella vita, tutti trattati con un particolare feeling nostalgico e con un occhio alla fugacità della giovinezza, che ormai sembra essere anch'essa un ricordo.
Musicalmente l'album è un esplosione di energia Punk pura, tutti i dodici brani sono degli anthem malinconici e catartici da cantare a squarciagola. Da questo punto di vista è impossibile non notare affinità con bands come Against Me!, Lifetime e gli ultimi Husker Du, maestri di quel Pop-Punk genuino e non ancora schiavo dei trend. Il Pop-Punk viene quindi macinato e ripensato in chiave tradizionalista americana, senza disdegnare incursioni bluesy e folk.
Chitarre semplici ma energiche e sfumate e una sessione ritmica veloce e coinvolgente rendono l'album godibilissimo sia per gli ascolti più semplici e spensierati che per quelli più attenti.
Ad aprire c'è quello che è in assoluto uno dei brani più ispirati della band: Boomboxes And Dictionaries, con uno dei ritornelli più malinconici e grintosi della carriera del gruppo. Wooderson si apre in maniera esplosiva contrastando con uno dei cantati più dolci del disco. I'da Called You Woody Joe è un tributo ad una delle più grandi icone del Punk, cioè, sua maestà Joe Strummer (che da giovane era soprannominato Woody) e, più in generale ai mitici Clash, con il ritornello che recità: "And this was the sound of the very last gang in town", riprendendo il titolo di un famoso pezzo dei Punk londinesi, cioè Last Gang In Town. Angry Johnny And The Radio si snoda lentamente nelle tristi e nostalgiche strofe per poi esplodere in un coro finale che molto probabilmente vi ritroverete a cantare varie volte dopo averlo ascoltato ("we always loved the sad sad songs"). Drive è uno dei pezzi migliori del disco, con un testo ultra-malinconico e un ritmo trascinante. Il brano finale: Red At Night è invece una performance solista di Fallon che reinterpreta Way Over Yonder In The Minor Key di Billy Bragg con gli Wilco, tendendo lo stesso arrangiamento e cambiando invece il testo.
Un disco semplice ma carico e catartico, perfetto per ogni momento. Da evitare solamente se non riuscite ad apprezzare in generale la letteratura, il cantautorato e il gusto puramente americano.

Drive


lunedì 5 aprile 2010

Ritorno in piccolo/grande: Jimmy Eat World - Jimmy Eat World (Ep)



















Album: Jimmy Eat World (Ep)
Band: Jimmy Eat World
Anno: 1998
Genere: Indie Emo

Tracklist:

01. Lucky Denver Mint
02. For Me This Is Heaven
03. Your New Aesthetic (Demo)
04. Softer
05. Roller Queen

Recensione:

Pubblicato nel dicembre del 1998, pochi mesi prima del capolavoro del quartetto di Mesa, Clarity, l'omonimo Ep dei Jimmy Eat World (da non confondere con l'omonimo full lenght d'esordio, risalente al 1994) è in realtà l'opera che raccoglie il singolo di lancio dell'imminente full lenght, Lucky Denver Mint, più tre inediti che vennero esclusi dalla tracklist definitiva dell'album.
Ovviamente il sound che la band adotta per questo piccolo gioiello è quello che poi la farà da padrone in Clarity: produzione pulita e soffice, arrangiamenti magnifici, impatto emotivo sensazionale e, più in generale, una possibile doppia lettura dei brani, i quali possono essere tranquillamente apprezzati sia come ascolto semplice e leggero, sia in chiave più profonda, dando quindi inizio a quella che sarà la caratteristica più affascinante dei Jimmy Eat World da Clarity fino agli ultimissimi lavori.
Chitarre dolci e impegnate in intrecci di classico stampo Emo la fanno da padrone in un tappeto sonoro dolce e profondamente malinconico che vede alternarsi melodie Pop-Punk con un impatto decisamente catchy, come nel grandioso singolo Lucky Denver Mint, a brani con influenze che fuorviano dal classico Indie Emo, andando a lambire addirittura sonorità che a tratti riportano in mente atmosfere Post-Punk e Slowcore.
Jim Adkins, come verrà confermato in Clarity, si afferma come lead singer del gruppo, lasciando a Tom Linton (che nei primi due album si alternava alla voce con il compagno) il solo ruolo di chitarrista. La voce appare decisamente più melodiosa e soffice rispetto a Static Prevails, nel quale album Jim risultava molto più ruvido e graffiante, non disdegnando, di tanto in tanto, l'uso dello scream.
L'apertura è affidata a Lucky Denver Mint, che, con il suo ritornello catchy e le sue sfumature di malinconia, resta uno dei brani più memorabili della band. A questo gioiello si segue un altro brano che successivamente troverà spazio in Clarity: For Me This Is Heaven, la quale risulta uno dei brani più complessi e sognanti del disco, con le sue chitarre che si alternano ad un docile pianoforte trasportandoci in un mondo fatto di nostalgia, cullati dalla voce di Adkins che recita: "can you still hear the butterflies?".
Il primo capolavoro tra gli inediti arriva con la versione demo di Your New Aesthetic; gettate via tutti i ricordi che avete della versione pubblicata in Clarity, poichè quella che i Jimmy Eat World ci propongono in questo Ep ha in comune con la versione successiva solamente il titolo. Questa demo version è un brano dolce e struggente, in antitesi con la carica della versione definitiva, i ragazzi di Mesa ci propongono un arrangiamento più essenziale, con degli intrecci tra chitarra acustica ed elettrica ed un finale in crescendo davvero mozzafiato. In seguito alcune frasi come la conclusiva: "sing while you can", verranno riprese nella stesura definitiva del brano.
Softer è un brano più veloce e carico, che a tratti ricorda addirittura i Muse, in particolare per gli arrangiamenti vocali. A concludere l'Ep ci pensa il secondo capolavoro inedito: Roller Queen, traccia commovente come poche altre, che merita del tutto di essere messa accanto ai grandi brani della band come Just Watch The Fireworks o 23. Un testo magnifico ed un tappeto di progressioni che trasportano, accompagnati dalla morbidezza degli arpeggi del brano, con la mente verso lidi influenzati dal Post-Punk e dallo Slowcore.
In conclusione Jimmy Eat World è un Ep che non può mancare a tutti i fan di questo grande gruppo, tuttavia resta un plus, un approfondimento, mentre è sconsigliato per chi si avvicina alla band per la prima volta.

Softer



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giovedì 1 ottobre 2009

DMC aka J. Cardema - Electronapoli




















Album: Electronapoli
Artista: DMC alias J. Cardema
Anno: 2009
Genere: Instrumental Hip-Hop/Elettronica/Industrial/Noise

Tracklist:

01. New Duke/Flashback
02. My Best Friend John
03. The Fog (Feat Teddy Faley)
04. In The Silent Night
05. Apocalypse (Feat Argento Vivo)
06. Electronapoli
07. Battle of SanS
08. Talon Medalion(Feat Cave Mammoth)
09. NV Minimal
10. Rack

Review:

Giovane produttore emergente nostrano, DMC (che non è l'Mc dello storico trio Hip-Hop anni '80, ma stà invece per De Maria Carmine) è un giovane musicista campano che in uno spazio di tempo incredibilmente ridotto è riuscito a ritagliarsi, grazie alla sua originalità, una posizione di tutto riguardo nella piccola, e spesso stagnante, scena Hip-Hop italiana emergente.
Electronapoli è il culmine di una trilogia di lavori strumentali sulla città partenopea; trilogia iniziata con lo spaziale NA.SA (album frutto della collaborazione con il produttore salernitano Tex) e continuata poi dall'Ep Paranoid Naples.
Nel primo full lenght di DMC, l'Hip-Hop strumentale non è un fine, bensì un mezzo, un melting pot tra generi a lui lontanissimi, che nella sua varietà di ispirazioni e nel suo estremismo riesce a distaccarsi addirittura dai pionieri americani del genere, creando qualcosa di totalmente originale e a se stante.
Il giovane campano, grazie ad un vastissimo uso di campioni vocali, synth, distorsione e glitch, dipinge una tela confusa, che usa come filo logico la nevrosi e la paranoia della società post-industriale, in uno scenario metropolitano fatto di inquietudine, alienazione e paura, senza spazio alcuno per la speranza. Gli ospiti chiamati a rappare sono pochi, tre: Teddy Faley, Cave Mammoth e l'italiano ArgentoVivo, e aggiungono valore all'album senza togliere il ruolo da protagonista a DMC, che appunto rimane il pittore dell'oscura tela.
Già dalla prima traccia si viene catapultati in un tunnel buio e apparentemente senza uscita, c'è bisogno di tempo per entrare nella dimensione psichedelica e claustrofobica dell'artista, ed è forse questo il maggior difetto di un lavoro così complesso. Non si può non rimanere spiazzati davanti all'apparente minimalismo che circonda ogni pezzo, attenzione, sottolineo apparente perchè quelli che ad un primo ascolto sembrano dei deserti di pura desolazione musicale, in realtà pullulano di glitch, distorsioni e suoni che si lasciano captare solo dopo vari ascolti, rivelandoci tutta la bellezza di questo lavoro a metà tra Elettronica industriale e Noise.
I synth di Flashback ci aprono la strada nella Napoli post-industriale, My Best Friend John reincara la dose con dei campioni vocali alienanti e distorti, dandoci l'incipit per uno dei brani più carichi dell'album: The Fog, con l'Mc americano Teddy Faley, pezzo pieno fino all'orlodi distorsione e tanto, squisito, rumore. In The Silent Night e la title-track portano degli scenari distrutti e deserti, specialmente la seconda: un inno post-apocalittico sospeso tra archi sintetizzati e chitarre ripetitive. Apocalypse ci presenta il talento italiano ArgentoVivo, il quale rappa, formidabilmente, in un inglese perfetto, con uno stile tanto originale quanto alienante e nevrotico. Un sitar riecheggia in Battle Of SanS, mentre in Rack da padroni la fanno i glitch, creando un atmosfera ai limiti del malato e con un gusto decisamente psichedelico; affascinante, ma desolato, disturbato e dall'assoluto senso di vuoto invece il sensulae canto femminile di NV Minimal: uno dei brani più riusciti del disco.
DMC parte dalle basi poste dai maestri di Anticon e Definitive Jux (El-P su tutti, ma anche altri capisaldi come Prefuse 73) per imparare ed estremizzare le loro lezioni. Un lavoro compatto e perfettamente riuscito, scaricabile gratuitamente dal suo Myspace. Un must per tutti gli appassionati del Noise, dell'Industrial e dell'Eelettronica che vogliono scoprire nuovi talenti.

Myspace

domenica 27 settembre 2009

Advertizing: DMC Alias John Cardema - Calculator






















E' out in freedownload il nuovo lavoro di DMC, alias, in questo disco, John Cardema. Calculator è un lavoro dedicato a Berlino e all'elettronica tedesca. Ancora non l'ho ascoltato, intanto ve lo posto. A ottobre sarà possibile, per chi vuole, acquistarlo al modico prezzo di 6 euro.

01 7b40 3:46
02 Sweet Germany 3:55
03 Berlin 2:57
04 8.5.9 4:02
05 Low Frequency 3:42
06 Black Book/Wooze 3:51
07 Calculator 4:06
08 Ktpa 3:26
09 Noise/Sicko 4:22

total 32:09

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lunedì 21 settembre 2009

Oltre Le Parole: Jawbreaker - Fireman





















Fireman

Dreamed I was a fireman.
I just smoked and watched you burn.
Dreamed I was an astronaut.
I shot you down like a juggernaut.
Dreamed we were still going out.
Had that one a few times now.
Woke up to find we were not.
It's good to be awake.
Dreamed I was a tidal wave.
I ravaged your coast,
There were no survivors.
Dreamed I was your landlord.
I showed you place when you had lovers.
If I was a vampire,
I wouldn't suck your blood.
Then I dreamed I was you.
Sweetest dream I have had.
If you could hear the dreams I've had, my dear,
They would give you nightmares for a week.
But you're not here and I can never sleep.
Come home so I can be a creep.
Dreamed I was a dream.
I stole you away in your sleep.
Saved you from a fire,
A gun for hire,
I introduced you to a vampire.
A wave crashed on the beach.
We rolled around in its foamy grasp.
Kissing in the chaos of a kelpy sea.
Seems I couldn't save you from me.
Maybe I'm obsessive to think like this.
Probably not impressing you with my cheap tricks.
Honey, it's depressing what depression does to some.
I'll play the part for hours
But I know you'll never come.


Pompiere

Ho sognato di essere un pompiere
io fumavo e ti guardavo bruciare
Ho sognato di essere un astronauta
ti abbattevo come una forza inarrestabile
Ho sognato che ancora uscivamo insieme
l'ho sognato diverse volte ora
mi sono svegliato per scoprire che non era vero
E' bello essere svegli
Ho sognato di essere una marea
distruggevo la tua costa
non c'erano sopravvissuti
Ho sognato di essere il padrone della tua terra
ti mostravo un posto per quando ospitavi degli amanti
Se fossi un vampiro
non succhierei il tuo sangue
Poi ho sognato di essere te
il più dolce sogno che abbia avuto
se avessi potuto sentire i sogni che ho fatto, mia cara
ti darebbero degli incubi per settimane
ma tu non sei quì
e io non posso dormire
vieni quà così potrò essere una persona spiacevole
Ho sognato di essere un sogno
ti portavo via nel tuo sonno
ti salvavo da un incendio
da un killer
ti facevo conoscere un vampiro
un onda infranta sulla spiaggia
rotolando attorno a quest'abbraccio schiumoso
baciandoci nel chaos di un mare infestato
Sembra che non possa salvarti da me
Forse sono ossessivo a pensare così
probabilmente non ti impressiono con i miei trucchetti da quattro soldi
cara, è deprimente ciò che la depressione fà ad alcuni individui
Reciterò la parte per ore
ma sò che tu non verrai.


Quello di oggi è un testo dei Jawbreaker tratto dal loro capolavoro Dear You, caposaldo dell'Emo, con le sue fortissime influenze Punk e Powerpop.
Il testo in questione ha come soggetto un uomo e il suo amore per una ragazza, una relazione ormai conclusa ma un amore ancora vivo e pulsante, anche se contraddistinto da un conflitto interiore tra una parte del nostro uomo, che vorrebbe sbarazzarsi del ricordo della ragazza e dimenticare tutto il loro passato (Dreamed I was a fireman, I just smoked and watch you burn), mentre nell'altra scorre ancora un amore profondo per questa persona, un amore però pessimistico e senza speranza, perso nel fatale realismo che ormai ha decretato la fine della loro storia.
Un odio-amore che oramai può esprimersi e consumarsi solamente nei sogni del protagonista, perso nella sua nostalgia, cercando di autoconvincersi di non aver bisogno della sua metà.
Il succo è nel fatto che per dimenticare bisogna non voler dimenticare, in quando si tende a scordare ciò che vogliamo ricordare e ricordare ciò che vogliamo scordare, anche se senza dubbio, nel nostro uomo, non c'è neanche una vera voglia di dimenticare, ma uno sforzo, come unica soluzione.

martedì 15 settembre 2009

Texas Is The Reason - Texas Is The Reason






















Album: Texas Is The Reason
Band: Texas Is The Reason
Anno: 1995
Genere: Indie Emo

Tracklist:

01. If It's Here When We Get Back, It's Ours
02. Dressing Cold
03. Antique

Review:

Musica sincera, istintiva, diretta dal cuore, senza mediazioni, specchio di una gioventù fatta di inciampi e di incertezze, senza fronzoli, senza mediazioni, spogliata di ogni interlocutore se non la pura emozione. Così, con queste parole, brevi e coincise, come d'altronde è questo Ep, si può descrivere il primo lavoro degli alfieri newyorkesi dell'Emo: i Texas Is The Reason.
In questo debut Ep i quattro giovani di New York appaiono meno maturi, e poco inclini alle sfumature Pop che caratterizzeranno il loro primo full lenght, prediligendo delle strutture più potenti e, in un certo senso, maggiormente legate all'Hardcore, specialmente nel drumming, spesso veloce e sbattuto.
Nonostante i tre brani che caratterizzano questo disco siano certamente più sporchi rispetto a quelli che verranno poi successivamente pubblicati in Do You Know Who You Are?, intatto rimane il loro impatto emotivo e la loro vena ed attitudine catchy.
Riff melodici e muri di chitarre dall'impatto dirompente e allo stesso tempo malinconico, vengono preferiti ai classici arpeggi, cardine del genere; basso forte e di chiaro stampo core, così come la batteria. Vocalmente Garrett Klhan, colpisce con la sua voce energica e graffiante, molto emotiva, specialmente nei ritornelli, anche se non molto potente.
Essenziale e scarna è invece la produzione, la quale è in esatto contrasto con quella raffinata e pulita del full lenght, ma che riesce comunque a mostrarci ottimamente un altra faccia dei Texas Is The Reason.
Tutte tre le tracce sono senza dubbio tra le migliori mai composte dalla band, If It's Here When We Get Back, It's Ours è un entrata a dir poco teatrale, sparata e diretta, con il suo ritornello a presa rapida e la sua vagonata di adolescenziale malinconia, stessa storia per Dressing Cold, brano fondamentalmente sullo stampo della opening track ma non per questo meno bello. Con Antique invece si cambia leggermente strada: pezzo più lungo e dalle strutture più complicate, con dei perfetti intrecci di chitarre e un esplosione di sentimenti nello stupendo finale; testo, inoltre, tra i più belli e profondi della band.
Un altra perla tra i tanti album della corrente Indie Emo degli anni '90, un disco che non si lascia apprezzare fin dal primo ascolto, ma che ha bisogno di tempo per crescere e per mostrarsi nella sua bellezza. Da avere per tutti gli amanti del genere e non.

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Ps: Spiacente di non aver trovato alcun video.

Stop & Read.

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