
Album: Donde Los Ponys Pastan
Band: Porter
Anno: 2004
Genere: Indie Pop
Tracklist:
01. Espiral
02. Girl
03. Interlude Complicado
04. No Te Encuentro
05. Daphne
06. Bipolar
07. Interlude Dos Viene
Review:
Il Messico, diciamocelo francamente, è una realtà musicale sconosciutissima alla stragrande maggioranza del pubblico musicale degli USA e del vecchio continente. I motivi di tale snobbismo nei confronti del paese del tricolore sono da ricercare sia nello scarso interesse degli ascoltatori europei nella musica proveniente dal sud del globo, sia nell'industria musicale messicana, che volge i suoi occhi esclusivamente a sud, esportando musica all'intera America Latina. Tuttavia snobismo non equivale necessariamente ad una totale irrilevanza artistica ed oggi vi propongo un viaggio dello stato messicano di Jalisco: la regione della tequila e di cinque ragazzi che, con un occhio all'Islanda e uno alla loro terra, dalla grande città di Guadalajara, hanno conquistato l'intero Sudamerica, diventando in assoluto una delle band messicane più conosciute e apprezzate nel mondo: questa "banda" sono i Porter.
Capitanati da una personalità forte, carismatica, eccentrica ed estroversa come quella del cantante Juan Carlos "Son" Pereda, che per la sua stravaganza può essere considerato un Cedric Bixler Zavala variopinto e "Pop", i Porter riescono ad esportare con successo il Dream Pop triste e glaciale dei Sigur Ròs nel caldo torrido dell'America centrale.
Come prevedibile, un così drastico cambiamento delle condizioni ambientali procura delle conseguenze dirette ed inevitabili alla musica, che quà appare sempre sognante, tuttavia con una maggiore presenza di speranza e solarità ed una minore malinconia. La musica dei Porter, nel loro Ep d'esordio, è in definitiva un Dream Pop spogliato della tristezza tipica dei suoi maggiori esponenti, con forti aggiunte di Elettronica e Psichedelica e sessioni ritmiche a tratti vagamente reminescenti di certo Punk. Le chitarre, con un forte uso di effetti, tra i quali spicca il presentissimo delay, fanno da sottofondo ad un atmosferico tappeto di tastiere, salvo poi spiccare,nel momento giusto, sopra a tutti gli strumenti.
Uno dei punti di forza di questo Donde Los Ponys Pastan (che tradotto sarebbe: "Dove Mangiano I Pony") è senza dubbio la voce del già citato Juan Son: acuta, alta, dolce ed emotiva, a metà strada tra i vocalizzi atmosferici di Jonsi, il timbro di Yoni Wolf e gli acuto del Cedric Bixler Zavala versione primi-Mars Volta. Tre tracce su cinque (se escludiamo i due Interlude) contengono testi in spagnolo, mentre le restanti due in inglese.
Il sipario si apre con Espiral: il singolo, e senza dubbio uno dei brani cardine del disco, con le sue atmosfere rilassate ma allo stesso tempo solari, si rivela una perla di intensità emotiva. Gli archi introducono una dolce chitarra con un forte delay, che ci introduce alla parte centrale del brano, per poi cambiare del tutto ritmo ed esplodere in un finale upbeat frenetico di chitarre e batteria Punk-eggiante capace di strappare più di un sorriso all'ascoltatore ("creo que ahora si me estoy volviendo loco"). Dopo l'opening track viene Girl: il primo dei due brani in inglese, che con un ossessivo intreccio di chitarre e basso si rivela uno dei pezzi più sognanti e ipnotici dell'Ep. L'Interlude apre la strada a quella che è la vera perla di Donde Los Ponys Pastan: No Te Encuentro. In questo caso più che una canzone si può tranquillamente parlare di una droga acustica, che con la sua ossessività e il suo piglio penetra del cervello dell'ascoltatore impadronendosene. Senza dubbio ci troviamo davanti al pezzo più malinconico del disco: l'apertura è affidata ad un sintetizzatore fluido e ad una batteria elettronica che improvvisamente si fermano introducendo un accenno del melodico e dolce ritornello, per poi reimpadronirsi della strofa e riesplodere con tutta la loro malinconia della parte centrale del pezzo, per poi lasciare la conclusione ad una lenta e melodica chitarra; un vero gioiello! Daphne è il secondo brano in inglese (non del tutto) ed è una vera e propria immersione in territori liquidi e soleggianti. Bipolar la terza perla del disco: un piano apre la strada a le voci più eteree, Sigur Ròs-iane e corali dell'album, per poi lasciare spazio a delle chitarre e al ritornello, il quale preme sul pedale della drammaticità, con degli acuti di pura reminescenza Mars Volt-iana. In definitiva un brano riuscitissimo.
Donde Los Ponys Pastan è un lavoro che ha trovato enorme successo in Messico e, più in generale, in America Latina, ma che viene incredibilmente sottovalutato dal pubblico europeo e americano. Fatevi un favore: concedetegli un ascolto e lasciatevi trasportare nelle affollate strade di Guadalajara. Disco bellissimo! Venti minuti di buona musica che non può non meritare la vostra attenzione.
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Bipolar







